
Oggi andiamo in Sardegna, ma non ci facciamo il bagno in mare. Anzi, andiamo in sotterranea per visitare la Grande Miniera di Serbariu, Carbonia, oggi non più in attività, che è diventata sito di grande interesse culturale sin dal 2006, quando ha aperto al pubblico come Museo del Carbone e Centro Italiano della Cultura del Carbone. I luoghi associati a questa ex-miniera sono anche entrati a far parte della Rete Europea dei Musei delle Miniere di Carbone (European Network of Coal Mining Museums), di cui fanno parte anche Marcinelle in Belgio, Wakefield in Inghilterra, Mina San Vicente in Spagna, Zabrze in Polonia, Lewarde in Francia e Bochum in Germania, tutti luoghi dedicati a proteggere la memoria culturale dell’industria estrattiva carbonifera. Non ultimo, questo sito fa anche parte della European Route of Industrial Heritage, una rete che riunisce oltre 2000 luoghi sparsi per tutta Europa con un importante passato industriale e artigianale.
Consiglio vivamente di andare e partecipare al percorso guidato nella miniera sotterranea e nei locali in superficie – io ci sono stata l’anno scorso e devo dire che è stata una visita impressionante. Prima di andare però controllate il sito con gli orari aggiornati, perché durante tutto il 2024 alcune parti saranno chiuse per lavori di manutenzione.
La miniera è stata uno dei principali punti di riferimento per l’approvvigionamento del carbone in Italia durante la sua attività, cioè tra il 1939 e il 1964. Nei primi decenni dell’Ottocento, in seguito a ritrovamenti di carbone in superficie, furono avviati lavori esplorativi in tutto il Sulcis, nella Sardegna sud-occidentale, che portarono a scoprire i numerosi giacimenti della zona nel 1851 da parte di Ubaldo Millo, un mercante genovese. I giacimenti di Serbariu furono però sfruttati soprattutto in seguito alle esplorazioni del 1936-37 da parte della Società Mineraria Carbonifera Sarda, e poi dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. La città di Carbonia, città di fondazione del regime fascista, fu inaugurata già nel 1937 come città operaia, volta a potenziare al massimo lo sfruttamento della miniera per l’approvvigionamento energetico italiano, in un’ottica autarchica. Carbonia attirò così lavoratori da altre regioni, soprattutto dal Veneto e dal Meridione, e arrivò presto ad avere oltre i 10.000 abitanti. Nel ’40, con l’entrata in guerra, si richiese un aumento di produzione che portò a turni più intensi e pericolosi, e a incidenti anche mortali per i minatori.
Con la fine del conflitto e la riapertura dei mercati, la richiesta e la produzione del carbone sardo diminuirono, e cominciò una massiccia riduzione del personale operaio, che sfociò, nel 1948, a uno dei più lunghi scioperi in Italia, durato 72 giorni. La maggior parte dei minatori cominciò a spostarsi in altre regioni o su altre mansioni, e i rimanenti dipendenti di Serbariu furono assunti dall’Enel. La chiusura definitiva del sito avvenne nel 1971, e per ben 20 anni la zona è rimasta abbandonata. Solo nel 1991 il comune di Carbonia è riuscita ad acquistare la miniera, iniziando così un lento progetto di recupero che ha portata alla riapertura al pubblico nei primi anni Duemila, grazie anche a finanziamenti europei. Il museo è stato poi inaugurato il 3 novembre 2006, scandito dalla simbolica attivazione della sirena che segnava l’apertura dei cancelli e l’ingresso dei lavoratori per il turno.
La mostra permanente è ospitata all’interno dell’ex lampisteria, un ampio locale un tempo adibito a deposito per le lampade e che i minatori visitavano a inizio e fine turno, e dei locali dei bagni, che accolgono esposizioni temporanee. I pannelli espositivi ripercorrono la storia del sito, e di particolare interesse sono le sezioni dedicate alla vita quotidiana dei minatori, del piano urbanistico della città di Carbonia, e dei vari scioperi dei lavoratori, in particolare quello del 1948, ripercorso attraverso la sua copertura mediatica. Sono esposti oggetti personali, attrezzatura da lavoro, documenti amministrativi e giornali d’epoca che scandiscono gli eventi principali della vita della miniera durante la sua attività. Durante il percorso, la lampada rimane un simbolo costante del complesso legame tra la miniera e gli abitanti – non sorprende infatti che figuri in mostra come oggetto o rappresentazione, compreso su varie versioni dello stemma della città di Carbonia, dove è tuttora raffigurata al centro.





La visita alle gallerie sotterranee, provvisti di elmetto di sicurezza, è particolarmente coinvolgente. Si percorrono diversi tratti delle gallerie, con la guida che illustra tramite soste nel tragitto i numerosi punti di interesse tra cui carrelli, attrezzatura più o meno recente utilizzata dai minatori, tipologie diverse di pareti e gallerie. Stare sottoterra per una visita riesce però appena a comunicare cosa dovesse essere il lavoro quotidiano dei minatori, tra caldo, mancanza di aria, fatica fisica e rischio costante, nonché salute compromessa, soprattutto dei polmoni.



Consiglio di trascorrere un po’ di tempo anche all’esterno del museo, che è costellato di reperti di archeologia industriale. Un salto indietro nel tempo difficile da raccontare a parole.


Letture consigliate:
Luciano Ottelli, Serbariu. Storia di una miniera, Tema, 2005.
Giorgio Peghin, Antonella Sanna, Carbonia. Città del Novecento, Skira, 2009.

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