
Oggi lo decidete voi dove andiamo. Perché quello di cui si parla è un elemento del paesaggio che è tutto intorno a noi, ovunque: i desire paths. Con questo termine inglese molto suggestivo (‘sentieri del desiderio’), si indicano quei percorsi in uno spazio verde, naturale o urbano, creati spontaneamente dal transito di animali e persone. Questi sentieri esistono dalla notte dei tempi, da quando i primi esseri in movimento sulla terraferma hanno cominciato a spostarsi. Corrispondono infatti al percorso più ovvio, sicuro e rodato per farsi strada da un luogo a un altro, in cerca di cibo, risorse e riparo. Al giorno d’oggi, però, questi sentieri hanno assunto una nuova valenza: saltano infatti agli occhi per il loro divergere dai sentieri ufficiali pianificati dall’urbanistica moderna, e sono quindi diventati arterie di una contro-mappatura degli spazi, in risposta a progetti spesso calati dall’alto e non user friendly. Capita di frequente infatti che gli ‘addetti ai lavori’ non conoscano bene il territorio che vanno a progettare, e finiscano per tracciare percorsi che la maggior parte degli utenti a mobilità dolce (pedoni, persone con sedia a rotelle, passeggini, deambulatori, ciclisti e così via) non sceglierebbero mai perché non pratici, più lunghi o addirittura ostili.

Questi sentieri sono anche chiamati con altri nomi molto evocativi, tra cui ‘free will paths’ (sentieri del libero arbitrio), ‘pirate paths’ (sentieri pirati – uno dei miei preferiti), cow paths (sentieri per le mandrie), e altri ancora. Tutte queste espressioni sottolineano la volontà di potersi muovere nello spazio a proprio piacimento, senza seguire un tragitto imposto dalle infrastrutture ufficiali, soprattutto quando questo sembra andare contro l’esigenza stessa di chi vive quel luogo.
Sicuramente vi è capitato di individuare un tratto pedonale, in una zona urbana, che semplicemente non aveva senso in quel contesto e che infatti nessuno utilizzava, perché venivano subito solcate delle alternative più valide. Ma se volete farvi un’idea di quanto questo problema sia diffuso e sentito dalla persone, in rete potrete trovare innumerevoli esempi di epic fails in giro per il mondo – addirittura c’è una pagina intera di Reddit con oltre trecento mila iscritti dedicata ai desire paths, con contributi da ogni dove.

Emergono però due contesti diversi per i sentieri del desiderio: quello della natura incontaminata e quello urbano. Quando parliamo di desire path nel mondo naturale, ci riferiamo alla traccia di una via ripetutamente intrapresa dagli animali selvatici o dalle mandrie in base al tragitto più pianeggiante, sicuro e sensato da seguire, più comodo e che crei minore dispendio di energie possibile. Successivamente gli umani hanno sfruttato queste vie, creando strade maestre e assi principali di spostamento per persone e mandrie proprio sulla base di quel tragitto già creato dal calpestio animale. È questo quindi l’ennesimo caso in cui si è alterato un equilibrio e ‘rubato’ il percorso migliore alla fauna locale, che si è vista invasa dalla presenza umana.

Nel contesto urbano e antropizzato, invece, i desire paths sono diventati i sintomi di una progettazione urbana non funzionale, che dà sempre e comunque la priorità alla viabilità motorizzata, lasciando se va bene un tragitto a margine per i pedoni, ma spesso a mo’ di contentino e senza una reale inclusione nella fruizione del luogo. Questi percorsi allora sottolineano il desiderio, appunto, di ribellarsi al tracciato prestabilito e di ribadire una propria libertà di scelta personale.
Non ultimo, il concetto di desire path è stato di recente anche utilizzato in ambito informatico, per indicare il comportamento e le scelte istintive delle persone nell’ambito della user experience e user interface, diventando quindi, anche in questo contesto, una metafora di buon senso e di risposta alle reali esigenze dei fruitori di un servizio.

Va detto che, per fortuna, sia in ambito digitale che urbanistico, sempre di più ci si è accorti che questi sentieri indicano una via preziosa per ottimizzare le risorse, e sono stati quindi utilizzati per co-creare soluzioni e dispositivi seguendo proprio le indicazioni degli utenti. Un esempio storico in ambito antropizzato è stata la progettazione dell’architetto Joseph N. Bradford, nel lontano 1914, per la Ohio State University. Bradford decise di non tracciare sentieri a priori, ma di lasciare prima che, per un periodo di tempo, gli studenti solcassero le vie più pratiche e piacevoli tra glie edifici. I sentieri per spostarsi da un lato all’altro del campus furono quindi resi ufficiali solo dopo che gli utenti, con i loro passi, li avevano ‘approvati’.
Insomma, la prossima volta che uscite a fare una passeggiata, che andate a lavoro, che percorrete un sentiero urbano o meno, è molto probabile che incontrerete un desire path. Magari sarà sul percorso della vostra prossima gita fuori porta, oppure nel vostro solito tragitto, e non ci avevate mai fatto caso. Non sarà difficile perché sono letteralmente tutt’intorno a noi. Magari d’ora in poi comincerete a notarli di più, e lo percorrerete con passo più consapevole. Se siete nella natura incontaminata, siate grati per tutto il non-umano che molto probabilmente ha solcato in origine quel tragitto per voi, e cercate di rendere la vostra presenza non ingombrante e silenziosa al massimo. Se invece siete in città, vi auguro che quando vedrete il prossimo pirate path lo riconoscerete e lo percorrerete in maniera ancora più compiaciuta.

Letture e visioni consigliate:
Jeremy Brown, ‘Desire paths: How UI designers can learn from the ways we walk around’, MEDIUM, 29 gennaio 2022
Francesco Careri, Walkscapes. Camminare come pratica estetica, Einaudi, 2006
Robert Macfarlane, The Old Ways. A Journey on Foot, Penguin, 2012
Mind The Map, Desire Paths: When Urban Planning Fails (Youtube video)
Reddit, DesirePath, https://www.reddit.com/r/DesirePath/

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