
Oggi torniamo nella periferia sud-est di Parigi, dove si trova un edificio che è uno splendido esempio di architettura déco e, allo stesso tempo, uno ‘splendido’ esempio di narrativa sull’Altro che urge decolonizzazione. Sto parlando del celebre Musée National de l’Histoire de L’Immigration (MNHI) – che poi tanto celebre, fuori dalla capitale e dagli addetti ai lavori, non è proprio. Questo museo – nato, come sempre, con le migliori intenzioni – ben rappresenta un tentativo di creare una storia di inclusività nazionale andato male, ma da cui si può, credo, trarre importanti riflessioni e moniti.
Durante il loro sviluppo nel XX secolo, i musei hanno spesso svolto la funzione di luoghi di discorso ufficiali, pronunciati dalle istituzioni per promuovere un certo tipo di narrazione della società. In particolare, i musei antropologici e coloniali sono stati essenziali nell’illustrare e giustificare l’espansionismo, la supremazia bianca e la schiavitù, contribuendo a propagare l’idea di un altrove coloniale selvaggio e sottosviluppato che i paesi occidentali si sentivano “chiamati” a a governare. Questi tipi di narrazioni egemoniche, però, già profondamente messe in discussione alla fine degli anni Sessanta con la New Museology, non hanno in realtà mai cessato di essere, e se ci sono stati sicuramente dei tentativi importanti di rivedere le collezioni occidentali in un’ottica post-coloniale, rimane molto ancora da fare, basti pensare all’acceso dibattito sulle restituzioni di opere d’arte acquisite durante il colonialismo, o il caso dei marmi del Partenone, che il British Museum sostiene di non dovere, dopotutto, restituire alla Grecia.

In Francia, sebbene siano state fatte dichiarazioni plateali negli ultimi anni, per esempio nel 2017 da parte dell’allora presidente Macron, che aveva promesso di restituire migliaia di opere al Benin, la mentalità coloniale trasuda ancora nelle narrazioni dei musei sull’Altro, per esempio al Quai Branly, famosissimo museo dedicato ad Asia, Oceania, Africa e Americhe, cioè tutti i continenti fuori dall’Europa, in ognuno dei quali la Francia ha avuto possedimenti coloniali. Tra questi musei, c’è appunto il complesso di Porte Dorée, in cui si trova quello dedicato alla storia dell’immigrazione. La visita a questo luogo denso di storie controverse è consigliatissima a chiunque voglia toccare con mano quello che il famoso teorico post-coloniale Achille Mbembe affermava nel 2005: la Francia può anche avere formalmente decolonizzato le sue colonie, ma deve ancora decolonizzare se stessa.
Sebbene l’apertura di uno spazio dedicato all’immigrazione in Francia fosse già stata discussa negli anni Novanta, fu solo sotto il governo Chirac, nel 2002, che il progetto del MNHI fu effettivamente annunciato e iniziò a svilupparsi. L’intenzione dei suoi promotori era quella di creare un’istituzione pubblica per celebrare il contributo degli immigrati alla società francese dal XVIII secolo ai giorni nostri, al fine di contrastare l’allarmante marginalizzazione dei migranti di prima e seconda generazione e di rispondere all’ascesa di atteggiamenti xenofobi e movimenti politici di destra, in particolare il Front National. Tuttavia, sin dalla sua apertura nel 2007, numerosi critici hanno sostenuto che il museo ha sostanzialmente perso l’occasione di avviare un dibattito pubblico sul colonialismo francese, in particolare per la scarsa messa in discussione di una nozione precostituita di “identità francese” nella sua narrazione istituzionale.

Il MNHI è infatti ospitato all’interno del Palais de la Porte Dorée, un imponente edificio neoclassico progettato dall’architetto Albert Laprade per l’Esposizione Universale di Parigi del 1931, nella periferia orientale della capitale francese. Con la sua ampia facciata in Art Déco, ornata da bassorilievi esotici che ritraggono la natura e le popolazioni indigene delle colonie, e le sue ampie sale che conservano giganteschi affreschi che descrivono la Francia come una potenza benevola che porta civiltà, religione e medicina ai quattro angoli del globo, questo edificio rappresenta ancora oggi un aperto omaggio all’imperialismo francese, come lo era stato al momento della sua prima inaugurazione. Infatti, nonostante l’edificio abbia cambiato più volte funzione nel corso del XX secolo, ospitando diverse collezioni – prima il Musée Permanent des Colonies (1932), poi il Musée de la France d’Outre-mer (1935) e il Musée des Arts Africains et Océaniens (1960) – in tutte queste metamorfosi non ha mai sembrato riconsiderare le sue narrazioni profondamente eurocentriche e orientaleggianti, rimaste radicate in un discorso di egemonia verso l’altro, non francese ed esotico.

Questo edificio coloniale avrebbe potuto essere decostruito dalla sua funzione originaria attraverso diversi interventi, come è accaduto nel nuovo progetto di ristrutturazione del Museo Reale dell’Africa Centrale situato a Tervuren, in Belgio, dove la creazione di una struttura complementare come anticamera all’edificio originale contribuisce a creare un importante discorso meta-storico, che sollecita i visitatori a guardare criticamente l’edificio coloniale che stanno per visitare. Al contrario, il fatto che l’accesso alla Porte Dorée sia ancora controllato attraverso l’ingresso principale con la sua imponente scalinata, sembra suggerire una continuità con la funzione e le mentalità rappresentative precedenti.
In effetti, il discorso emanato dalla disposizione e dall’allestimento nell’edificio è stato solo marginalmente integrato e riformulato all’interno di una cornice critica e post-coloniale, e l’assenza di pannelli esplicativi che mettano direttamente in discussione un patrimonio così controverso rimane sorprendente. Questo museo sembra, del resto, emblematico non solo dell’incapacità della Francia di rielaborare il passato coloniale nazionale, ma anche del palpabile tono di nostalgia per l’impero perduto – quell’impero che, per durata ed estensione, è stato secondo solo al Regno Unito – che è ancora tangibilmente celebrato tra queste mura e che, come un gigantesco elefante nella stanza, è ben visibile, e mantenuto silenziosamente indiscusso.

Come potrebbe mai dunque, un museo dallo spirito post-coloniale emergere entro queste mura? Trovandosi ai piani superiori dell’edificio, il MNHI appare ancora oggi spazialmente inquadrato e “costretto” dall’edificio coloniale conservato, tra la facciata trionfale esterna, con le iscrizioni di gratitudine ai soldati e agli esploratori che hanno reso possibile l’espansione coloniale nel mondo, le sale interne dominate da volte eteree e le immagini positivizzanti del colonialismo francese che emanano dagli affreschi e dai bassorilievi distribuiti in tutto l’edificio. Insomma, il discorso coloniale sembra sovrapporsi alla discussione sull’immigrazione contemporanea, che rischia di apparire solo come un altro contesto in cui i valori nazionali francesi vengono affermati sui migranti come nuovi soggetti “esotici” della Repubblica.


Numerose iniziative hanno provato a mettere in discussione la narrativa egemonica di questo spazio, molte delle quali curate dall’istituzione stessa. L’organizzazione di un vivace calendario culturale di mostre e performance ha iniziato a integrare il discorso principale dell’edificio e a spingere il museo a diventare uno spazio di negoziazione identitaria per i diversi attori della società, soprattutto includendo voci critiche e artistiche di dissenso nei confronti del regime restrittivo delle frontiere e delle politiche di immigrazione europee. Ciononostante, si tratta di mostre, festival, installazioni temporanei che, una volta terminati, lasciano lo spazio nuovamente a un discorso rimasto intatto di supremazia e nazionalismo. La sfida più urgente sembra ancora infatti quella di permettere a queste narrative di dissenso di radicarsi e trasformare, dall’interno, il museo stesso, rovesciando il suo discorso egemonico su se stesso e aprendolo così a una pluralità di voci che facciano quel lavoro di decolonizzazione che rimane così urgente, forse a partire proprio dalle istituzioni più scomodamente silenziose della sfera pubblica francese ed europea, come, appunto, Porte Dorée.

Letture/visioni consigliate:
Epsztajn e Silberstein, Guide du Paris colonial et des banlieues (Parigi, Syllèpse, 2018)
Françoise Vergès, Programme de désordre absolu: Décoloniser le musée (Parigi, Éditions La Fabrique, 2023)
Mbembe, A. (2005), ‘La France et l’Afrique: décoloniser sans s’auto-décoloniser’, Le Messager, 27 September 2005, http://www.multitudes.net/La-France-et-l-Afrique-decoloniser/.

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