
Se siete di Cagliari, molto probabilmente per buona parte della vostra vita avete visto sulla spiaggia più bella della città la solita costruzione in rovina, ogni anno più decadente: il vecchio ospedale marino. Se siete nati nel 1988, lo avete visto per la vostra intera vita. Ma anche se non siete di lì, la vista è comunque immancabile. Infatti, camminando sul lungomare pubblico del Poetto, non si può ignorare questo enorme ecomostro che si continua a stagliare tra le dune di sabbia da ben 38 anni, protetto da reti su tutti i lati e telecamere di videosorveglianza. E allora sorgerà spontanea la domanda: qual è la storia di questo luogo? Come è possibile che così a lungo sia rimasto in bella vista e inutilizzato, proprio in uno dei luoghi più amati da cittadini e visitatori? Andiamo a ripercorrere le sue vicissitudini.
La storia di questo manufatto è tutto sommato lineare, facile da riassumere in tre fasi: prima, colonia per l’infanzia durante il fascismo, poi ospedale pubblico e poi abbandono. A questa possiamo aggiungerne una quarta, quella futura, visto che ad ottobre 2025 la Regione Sardegna ha dato il via libera definitivo alla “riqualificazione” dell’edificio, attesa da decenni, che però vedrà l’ex ospedale trasformato nell’ennesimo hotel di lusso, si dice su modello Costa Smeralda. Ebbene a quello che c’è dietro ognuna di queste quattro fasi si potrebbero dedicare giornate di studi, fiumi di inchiostro, ore di dibattito…anzi, si dà il caso che proprio si faccia, costantemente, in Italia e all’estero. Su questo ospedale in disuso, come su innumerevoli altri esempi del panorama costiero e non della Penisola, convergono infatti più questioni pubbliche irrisolte, purtroppo tipicamente italiane: il dibattito sul patrimonio fascista e come, se, memorializzarlo; la sorte dei beni pubblici, stretti nella morsa legislativa e neoliberista, e la loro inesorabile alienazione progressiva da parte degli enti negli ultimi cinquant’anni; la questione degli ecomostri e la quasi impossibilità, perlopiù burocratica, di fare qualcosa a loro riguardo come cittadini; infine, la tendenza, ormai diventata norma, a gentrificare e a rendere esclusivi, se non del tutto inaccessibili, luoghi che un tempo erano bene pubblico.
La prima fase vede l’avvio del cantiere dell’edificio nel 1937, con un progetto dalle dimensioni imponenti del rinomato architetto cagliaritano Ubaldo Badas. Doveva essere la Colonia Marina Dux, stabilimento per il soggiorno estivo dei bambini del regime, soprattutto quelli indigenti e cagionevoli. Le colonie erano i luoghi perfetti per l’indottrinamento dei piccoli italiani, che durante il soggiorno vivevano giornate scandite da ritmi militareschi e propaganda (un articolo a parte meriterebbe l’argomento delle colonie estive italiane, sia quelle che sono state recuperate e adibite a altro scopo, sia quelle che sono tuttora in rovina in giro per il Paese). Ad ogni modo, la struttura non fu mai effettivamente usata come colonia, perché fu ultimata solo dopo la guerra, ma subito adibita a centro di cure e poi ospedale a tutti gli effetti negli anni Cinquanta.

Nella sua seconda fase, la struttura viene valorizzata proprio per la sua posizione strategica sul mare, che si pensa faciliti la guarigione grazie al clima ricco di iodio. Diventa un punto di riferimento della sanità cagliaritana e della regione, e accanto verranno anche edificate altre strutture più moderne, tra cui il Pronto Soccorso, anch’esse oggi in abbandono. Dopo trent’anni all’apice della sua funzione, nel 1982 si cominciano a dismettere alcune sezioni, che vengono trasferite in ospedali più all’avanguardia o, progressivamente, nell’edificio dell’ex hotel Golfo degli Angeli, poco distante dall’ex colonia, dove tuttora si trova l’ospedale nuovo.
La sua terza fase ha inizio nel 1988, con la chiusura completa dell’edificio. Comincia quindi un lungo iter burocratico con numerosi protagonisti che si contendono la struttura avanzando vari progetti. La posizione strategica è invidiabile e commercialmente preziosa, ma uno degli ostacoli maggiori, oltre alla proprietà della Regione, è proprio la sua origine come struttura sanitaria e la difficoltà nel riuscire a cambiare la destinazione d’uso. Per tre decenni il vecchio ospedale viene frequentato da senzatetto e subisce costante vandalismo e degrado. Diventa anche il supporto ideale per svariati graffiti, di cui il più famoso e visibile rimane l’enorme scritta sul davanti, che grida contro ingerenze e sfruttamento, giustamente in sardo: “A Foras sa Nato de Sardigna” (fuori la Nato dalla Sardegna).

Negli oltre trent’anni di ostacoli burocratici la struttura ha tutto il tempo di deteriorarsi fino a diventare di fatto un rudere. Questo è il destino di innumerevoli edifici italiani, che potevano essere riutilizzati come luogo per la cittadinanza in tante declinazioni, ma che invece sono stati lasciati andare in rovina. Insieme ai lasciti dell’abusivismo edilizio, sono proprio questi gli ecomostri che continuano a popolare le nostre città, periferie e luoghi naturali. A tale proposito merita uno sguardo il bel progetto del concorso fotografico ideato dall’Osservatorio Paesaggi Costieri Italiani, che cerca di portare alla vista di tutti lo scempio operato sui delicati ecosistemi delle coste italiane nei decenni. Per molti la presenza di un ecomostro in rovina da anni, che deturpa un paesaggio, che offende il senso di collettività ed erode la fiducia nelle istituzioni è del tutto normalizzato, quando invece di normale non ha niente, e tanto si potrebbe fare, dal basso, per protestare e impedirlo.

Ad ogni modo, nel 2006 qualcosa si muove e viene aperto un bando per l’utilizzo della struttura, sempre però ad uso sanitario. Varie aziende gareggiano ma tra vincoli, ricorsi e intoppi di varia natura il riutilizzo slitta di volta in volta, fino al 2020, quando si arriva a un effettivo cambio di destinazione dell’edificio e parte un altro bando, aggiudicato a fine 2021 dalla società cagliaritana Colonia Hotel Srl.

Mentre sui giornali si comincia a parlare di rinascita, cresce la delusione di molti cittadini: quello che era una struttura fruibile da tutti e dedicata alla salute pubblica sarà infatti l’ennesimo hotel di lusso che sì, si occuperà di ripristinare e preservare il sistema dunale dell’area in sua concessione, ma sarà ad uso di una ristretta clientela esclusiva. Dopo decenni passati a contemplare, ogni estate al mare e in ognuna delle passeggiate sul bellissimo lungomare, il disfacimento del bene collettivo, la maggior parte dei cagliaritani non avrà la soddisfazione di frequentare questo luogo, perché non sarà progettato per essere fruito da loro. Si tratterà infatti di una struttura a cinque stelle con 127 posti letto, in cui loro probabilmente non metteranno mai piede.
Questo è solo l’ultimo di una serie di progetti di “riqualificazione” urbana che lasciano intendere che l’unica alternativa al degrado e all’abbandono sia la trasformazione gentrificante in un polo esclusivo. Basti pensare al recente caso dell’Ex Dogana a Roma, ora Social Hub, o all’Ex ospedale militare San Gallo a Firenze, che si appresta a diventare un resort di lusso. Negli ultimi anni esempi simili si sono moltiplicati in tutta Italia, denotando una troppa facilità nello svendere le strutture pubbliche nel nome di formule altamente redditizie per i gestori, ma che non fanno altro che dare il colpo di grazia a uno spazio collettivo già in continua diminuzione.

Quanti altri edifici devono subire questo stesso destino, prima che si arrivi a uno snellimento della burocrazia che possa almeno tentare di lasciarli in mano ai suoi cittadini? Quanto altro patrimonio deve essere lasciato marcire su se stesso per nessun motivo, nel bel mezzo di città in preda a emergenze abitative, per poi essere, nel migliore dei casi e comunque dopo lunghi anni, svenduto a privati? Sembra essere lo stesso ex ospedale, nella sua imponente e scomoda presenza su una spiaggia stupenda, a lanciare indignato queste domande a chi passa.

Letture, visioni e ascolti consigliati:
Stefano Pivato, Andar per colonie estive, Bologna, Il Mulino, 2023
Osservatorio Paesaggi Costieri Italiani, Fotogenìa degli ecomostri. Concorso fotografico 2023-2024, https://www.paesaggicostieri.org/fotogenia-degli-ecomostri
Raul Pantaleo, Marta Gerardi e Luca Molinari, Terre perse. Viaggio nell’Italia del dissesto e della speranza, Padova, Beccogiallo, 2015.
Ecomostri italiani fotografati da Amélie Labourdette https://www.objectsmag.it/ecomostri-italiani-fotografati-da-amelie-labourdette/

Leave a comment