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esplorazione di luoghi non comuni

#14 terzi luoghi – third places

Avete mai sentito parlare dei terzi luoghi? Se ne è tornato a parlare molto negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la vita sociale delle persone nelle città. Ma in realtà, almeno in sociologia e urbanistica, se ne parla da sempre. Con questo termine si indicano quei luoghi che non sono né il primo (tradizionalmente, la casa) né il secondo (tipicamente, il posto di lavoro), e che sono dedicati al tempo libero e alla socializzazione. È quasi impossibile che non ne frequentiate alcuni. Forse si tratta del vostro bar di fiducia, della biblioteca di quartiere, o forse del parco sotto casa. Oggi andiamo a vedere che storia hanno e perché in tanti stanno lanciando l’allarme riguardo alla loro progressiva diminuzione o addirittura scomparsa dalle nostre vite quotidiane.

Fu Ray Oldenburg, sociologo urbano americano, a coniare nel suo saggio The Great Good Place (1989) il termine third place, regalandoci una fortunata espressione per indicare un fenomeno che esiste in realtà da sempre: l’essere umano, in quanto essere sociale, ha bisogno di aggregarsi e di socializzare. Secondo Oldenburg, il terzo luogo presenta tipicamente alcune caratteristiche: è informale, accessibile e a basso costo, le persone vi si ritrovano per chiacchierare o conoscersi, e spesso ha dei frequentatori abituali. Ma soprattutto, sottolinea il sociologo, è proprio a partire da questi luoghi chiave che si crea un senso di comunità, che le persone imparano a riconoscersi a vicenda e a comprendere di abitare lo stesso posto. Sono quindi fondamentali per rendersi conto che il luogo dove viviamo è inevitabilmente un’entità condivisa, plasmata dalle persone che lo frequentano e che, nella migliore delle ipotesi, hanno a cuore quello spazio.

Ponte di Tiberio, Rimini.

Oldenbrug diceva che a partire dai terzi luoghi si costruisce, volta dopo volta, la dimensione collettiva di una società, perché è qui che si sceglie di passare del tempo insieme, fuori dall’ambiente famigliare o lavorativo. Ed è qui che persone di diversi background sociali hanno l’occasione di incontrarsi e forse conoscersi. Secondo lui, infatti, i terzi luoghi erano veri e propri luoghi di costruzione della democrazia, dove individui con vite anche molto diverse tra di loro potevano condividere un momento delle loro giornate. Non per nulla, uno dei primi esempi spesso citati di terzo luogo è l’agorà della Grecia Antica, centro economico, religioso, politico e sociale, dove è nata l’idea stessa di assemblea democratica. Pensiamo poi alle piazze pubbliche, presenti in praticamente tutte le città del mondo, dove convogliano sempre eventi sociali di ogni tipo, dai mercati, ai concerti, alle manifestazioni.

Anfiteatro del Corviale, Roma.

Ogni secolo ha avuto il suo terzo luogo per eccellenza, dal teatro, alla sala da tè, al café stile parigino. Dal secondo dopoguerra in poi, sicuramente i parchi, i musei e i bar si sono affermati come terzi luoghi imprescindibili in molte città del mondo. Basti pensare anche alla cultura pop e alla centralità che hanno avuto, per esempio, in famosissime serie televisive degli anni Novanta o Duemila. Cosa sarebbero stati Friends, How I met your Mother, Gilmore Girls senza quei luoghi fissi in cui i protagonisti passano la maggior parte delle puntate, ritrovandosi tra amici, conoscendone di nuovi, o semplicemente passando un’ora libera della loro giornata fuori casa? Perché sono terzi luoghi tutti quei posti dove, pagando una consumazione economica tipo una bevanda o una pizza, si può stare da soli o in compagnia, oppure si praticano specifiche attività individuali o di gruppo, come le palestre, le associazioni, i centri culturali.

Piazza Cavour, San Giovanni Valdarno.

I terzi luoghi in sé sembrano quindi un fenomeno destinato a durare, perché ci saranno sempre persone con la voglia di incontrarsi in un luogo neutrale fuori casa, anche nel bel mezzo dell’era digitale, in cui lo spazio virtuale è diventato a sua volta luogo d’incontro facile e aperto a tutte le ore.

National Galleries of Scotland, Edimburgo.

Non sembra invece garantita, nello spazio fisico, la sopravvivenza dei luoghi terzi gratuiti o accessibili a basso costo, e quindi fruibili da tutti. Si è parlato infatti molto negli ultimi vent’anni della gentrificazione dello spazio pubblico, che in molte città ha portato alla chiusura di amati locali di quartiere, a volte storici, rimpiazzati poi da attività commerciali in grado di attirare una clientela più agiata, magari con l’intenzione dichiarata di “riqualificare” quella zona. O si è affittato fino all’ultimo centimetro quello che era spazio pubblico ai locali in centro per farne dehors, rendendo meno accessibili marciapiedi e zone pedonali, con la scusa di ridare vita alle strade cittadine. Oppure, si sono spesso lasciati a se stessi i parchi, le aiuole, i giardini pubblici, i mercati rionali, i cinema di quartiere, soprattutto in quelle città che, già mangiate dal turismo, hanno trasformato praticamente ogni esercizio commerciale in un bar o ristorante, all’insegna della consumazione rapida e inflazionata di prezzo. Questa trasformazione, che alcuni hanno ribattezzato foodification, trasforma lo spazio pubblico in uno spazio da consumare, in cui è possibile sostare solo a patto di compiere una transazione economica (la famosa “consumazione obbligatoria”, di solito relativa al food, alla ristorazione), e dove il sostare senza pagare non è contemplato.

Parco di Belleville, Parigi.

Vi sfido a trovare una seduta gratis, magari nel verde, nel centro di Roma o di Firenze. E vi sfido anche a trovare un bar o pub dove ancora si possa fare “terzo luogo” (sedersi per almeno mezz’ora, magari a leggere un libro, o a chiacchierare con amici) sotto i 5 euro in centro. Certo, rimane sempre l’opzione del parco, se è vicino e accessibile. Ma se piove? E d’inverno? E la sera? Dove si va?

In quel che sembra un remotissimo 1968, il sociologo francese Henri Lefebvre aveva dato un nome a quelle lotte che le persone di classi non privilegiate intraprendevano per riuscire a partecipare alla vita della città, per riuscire cioè a potere vivere, innanzitutto, nella città, senza essere relegati nelle periferie, per potere interagire ed essere trattati da pari con gli abitanti del quartieri centrali, per potere sostare nello spazio urbano e sviluppare con esso e con i suoi cittadini un senso di appartenenza, da pari a pari. Il nome che aveva dato a queste lotte era il “diritto alla città” (Le droit à la Ville, titolo appunto del suo più famoso saggio). Questo concetto ha moltissimo a che fare con i terzi luoghi, perché è da questi che parte la rivendicazione a vivere lo spazio urbano in maniera partecipata, accessibile a tutti. Da questi luoghi si può ripensare il nostro modo di interagire come società – senza dovere per forza pagare per uno spritz.

Vi sfido dunque, per davvero, a cominciare a notare di più nella vita di tutti i giorni quali sono i vostri terzi luoghi, a quello che hanno fatto e fanno per voi, a coltivarli, a cercarne di nuovi, ad esigerne di più dalle istituzioni, insomma, a lottare per loro. Ne abbiamo davvero bisogno.

Letture/visioni consigliate:

Ray Oldenburg, The great good place: cafes, coffee shops, bookstores, bars, hair salons, and other hangouts at the heart of a community, Great Barrington, Massachusetts: Berkshire Publishing Group LLC, (1989) 2023

The Great Good Place https://greatgoodplace.org/

Project for Public Spaces https://www.pps.org/

Mirella Loda, Sara Bonati, Matteo Puttilli, History to eat. The foodification of the historic centre of Florence, Cities, 103, 2020

Marco Perucca, Paolo Tex, Foodification. Come il cibo si è mangiato le città, Torino, Eris, 2022

The Old Oak (film), Ken Loach (2023).